Paola loves travelling | Chi ha paura della depressione post-partum?
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Chi ha paura della depressione post-partum?

Chi ha paura della depressione post-partum?

Questo è un argomento molto sentito, per me. Lo è perché io, l’incubo della depressione, l’ho vissuto e, sebbene mi sia risvegliata, è un ricordo che non svanisce mai, che lascia delle tracce indelebili nell’anima e ti cambia profondamente, nel modo di guardare alla vita, agli altri e a te stessa.
Mi sento addosso una seconda pelle adesso, ma è come se un lembo di epidermide fosse rimasto scoperto ed è proprio lì, in quel punto rimasto esposto, che mi sento più vulnerabile.
Perché so che il mostro può tornare e inghiottirmi nuovamente e, nonostante ci siano dei comportamenti che posso mettere in pratica per allontanarne il rischio, in realtà so di non avere un grande controllo su questa evenienza.
La psichiatra che mi segue ormai da due anni mi ha detto che chi ha subito episodio depressivo ha maggiori probabilità di cadere nella depressione post partum: è semplicemente una questione probabilistica, di chimica, di abbassamento delle difese.
Sono sempre stata terrorizzata dalla depressione post partum, quando sentivo al telegiornale storie di neo madri che si suicidavano o, ancora peggio, facevano del male ai propri figli.
Adesso, invece, cerco di non pensarci. Non mi sento una preda facile, non do per scontato che succederà.
Potrebbe accadere, ma non è certo al cento per cento. E ho imparato, seppur molto gradualmente, a non fasciarmi la testa riguardo cose che sono completamente fuori dal mio dominio.
Prima di viverla sulla mia pelle, la depressione era come un demone di cui non riuscivo a scorgere il viso e da cui mi sentivo sempre minacciata, osservata da lontano. Adesso che il demone l’ho guardato negli occhi, so come affrontarlo. So che può tornare, ma so anche che posso vincerlo una seconda, terza, quarta volta.
Perché, nonostante i tabù e le false credenze che ancora oggi circondano l’argomento dei disturbi mentali, la depressione è una malattia e con il giusto percorso terapeutico e farmacologico si può guarire e tornare a stare bene.
Per cui, ciò che mi spaventa oggi della depressione post partum non è il rischio, la probabilità più alta di esserne vittima. L’unica cosa che mi spaventa è pensare al dolore che si prova in quei momenti, quando ti senti impotente, spenta, annientata nelle forze e nella volontà.

 

Per me che scrivere è la mia terapia quotidiana, descrivere la depressione rimane ancora oggi la sfida più difficile.
Perché è davvero complicato raccontare cosa si prova quando non sei più te, quando questo fantasma senza volto si impossessa della tua vita.
Si tende a pensare che la depressione corrisponda a una profonda tristezza, ma non è così. La tristezza è un’emozione, è un sentimento; la depressione, invece, è il vuoto, è il nulla, è il completo appiattimento emotivo.
E’ una sensazione di svuotamento totale, perché viene a mancare qualsiasi motivazione, qualsiasi interesse, qualsiasi energia oltre che, naturalmente, qualsiasi capacità di provare gioia.
La depressione è un modo più lento di essere morto, perché sai di esistere, ma non riesci più a vivere.
Intorno a te ti senti ripetere frasi come “devi sforzarti”, ma tu sai che sono del tutto inutili. Non ce l’hai la forza di sforzarti, perché se tu ce l’avessi quella forza, eccome se ti sforzeresti.
Perché sentirsi così, come una larva che può essere calpestata da un momento all’altro, non è mica divertente.
Più gli altri ti dicono “sforzati” più tu, nella tua testa, ti ripeti ” cerca di resistere”. Perché, ogni giorno, arrivare a sera così, con questa sensazione di vuoto e inutilità, non è affatto facile, né tanto meno divertente.
Se dovessi disegnarla, la depressione, la raffigurerei come un enorme bue attaccato al tuo collo con una catena doppia, un bestione che ti sta sempre appresso, ti appesantisce, ti rallenta, rischia continuamente di schiacciarti.
E questo bue ti segue ovunque, in bagno, in cucina, fuori casa, quando parli, quando dormi, quando cerci di accennare un sorriso.
Quando sei depresso, diventa faticoso e impensabile compiere qualsiasi azione, anche la più banale. Diventa gravoso alzarsi dal letto, farsi una doccia, addirittura respirare. Per non parlare di quanto sia faticoso pensare, in quei momenti in cui sei completamente annebbiato e ti sembra di vedere il mondo attraverso un vetro sporco.
Qualsiasi cosa diventa fastidiosa, diventa un frastuono che ti rimbomba nella testa e non ti lascia in pace. Le voci altrui, il sottofondo della televisione, la luce che filtra attraverso le serrande abbassate, il fruscio degli alberi.
Qualsiasi cosa è troppo per te: la vita stessa è ingombrante.

 

Non ho le competenze per parlare della depressione da un punto di vista scientifico. Non voglio stare qui a scrivere di percentuali e statistiche, lascio questo compito a chi ha titolo per farlo.
L’unica cosa che mi preme sottolineare con forza è che la depressione post partum può esistere.
Può toccare a me, a te, a qualsiasi donna che si trova a vivere uno stravolgimento di vita quale è la nascita di un figlio.
La stanchezza e la privazione del sonno, soprattutto nei primi tempi quando l’allattamento è a richiesta; il peso della responsabilità di avere tra le mani un essere umano la cui vita dipende da te, in tutto e per tutto; la solitudine che può prenderti nel trascorrere intere giornate tutte uguali sola con il tuo bambino, quando le uniche azioni che si ripetono quotidianamente sono allattarlo, cambiargli il pannolino, farlo addormentare e poi di nuovo da capo, secondo una routine ciclica che ti risucchia di qualsiasi energia; il senso di inadeguatezza per la paura di non essere all’altezza, di non essere sufficientemente brava nell’unico mestiere del mondo che purtroppo non può essere insegnato, ma solamente appreso tramite l’esperienza; e, non da ultimo, la frustrazione per non avere più tempo per te stessa, per tutte quelle cose basilari che quando c’è un neonato per casa non sono più così scontate, come farti una doccia, lavarti i capelli o cambiarti la maglia sporca di rigurgito.
Ecco, tutte queste sono sensazioni che molte neo madri si trovano a sperimentare: basta ascoltare le loro storie, le storie di donne vere, reali, che combattono ogni giorno contro la fatica, l’inesperienza, il senso di colpa per non essere mai abbastanza.
E se queste sensazioni arrivano all’esasperazione, se non sono arginate prima che sia troppo tardi, poi possono sfociare in qualcosa di ben più grave, pericoloso, profondo, vale a dire una vera e propria depressione.
Non facciamoci incantare e ingannare dalla realtà deformata che ci propinano i social, in cui tutto sembra perfetto, naturale ed estremamente facile.
Quella è una realtà distorta, plastificata, a mio avviso anche molto pericolosa, perché rischia di accentuare quel senso di inadeguatezza di cui parlavo in precedenza. “Se lei riesce ad allattare così beatamente, perché io non ci riesco?”. Oppure “se lei dice che il primo mese di vita del suo bambino è stato il periodo più bello della sua vita, perché per me è stato un incubo fatto di pianti, notti insonni e ragadi al seno?”
Perché lei è migliore di me, e io non sono una brava madre.
E giù con senso di colpa, demotivazione, tristezza e perdita di lucidità.
“Eppure dovrebbe essere felice” si tende spesso a pensare quando si ha a che fare con una neo madre. “Ha il suo bambino, questo non basta a renderla serena, appagata, soddisfatta?”
Ecco, questo è uno degli errori più comuni che si commette quando ci si approccia a una persona depressa: non capire, o forse non accettare, che la depressione può colpire anche chi ha apparentemente tutto.
Ciò che si fa terribilmente fatica a capire è che alla persona depressa manca la cosa più importante e cioè la consapevolezza che la vita è bella ed è degna di essere vissuta, sempre e comunque. Una consapevolezza banale, scontata, quando si sta bene, ma che viene completamente dimenticata, rimossa, quando la depressione ti priva di qualsiasi lucidità e attaccamento al mondo reale.
Una madre depressa non è una madre colpevole di qualcosa: la depressione non è una scelta, non è una manifestazione di volontà, non è una colpa e non è una vergogna.
E’ una malattia e, in quanto tale, ha la sua dignità. Va rispettata, compresa e curata.

 

Oggi che scrivo questo post è la Giornata Mondiale della Salute Mentale.
Parlare di depressione e, in generale, di disturbi mentali è ancora oggi un tabù, qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da tenere confinato entro le quattro mura di casa, qualcosa che il mondo esterno non deve sapere “perché altrimenti cosa penserebbero gli altri di me?”.
La stigmatizzazione nasce proprio dal silenzio, dall’indifferenza, dall’errato preconcetto di base secondo cui, della propria depressione, si è in qualche modo complici. Vuole essere depresso, in poche parole.
Ma io, nel mio piccolo, di questo silenzio e di questi falsi miti non voglio essere complice.
Voglio parlarne e continuerò a farlo, perché certe battaglie non si vincono mai da soli e i primi passi verso la guarigione consistono proprio nell’accettazione e nella condivisione: condividere il proprio malessere è un modo per sentirsi meno soli, meno strani, meno colpevoli.
Per cui mi rivolgo a tutti coloro che si trovano ad avere a che fare con neo madri depresse: non giudicatele, non condannatele, non isolatele. Siate comprensivi, empatici, disponibili a offrire il vostro aiuto.
Perché è vero che una madre è forte, è coraggiosa e si è spaccata letteralmente a metà per mettere al mondo il proprio bambino. Ma rimane pur sempre un essere umano e, in quanto tale, non è immune da fragilità e insicurezze.

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