Paola loves travelling | Cosa significa, per me, diventare madre di una bambina
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Cosa significa, per me, diventare madre di una bambina

Cosa significa, per me, diventare madre di una bambina

Oggi posso dire con certezza con l’esserino di duecentonovanta grammi che ho in grembo è una femmina. Già al momento del Bi-test, ovvero il sette settembre scorso, il medico si era pronunciato letteralmente in questo modo: “non mi sembra essere dotato di pisello”. Ma io ho voluto ugualmente andarci cauta: era una supposizione e, come spesso accade con le supposizioni, non volevo che poi fosse seguita da una mezza delusione.
Ma ora che ne abbiamo la certezza, io non riesco e non voglio più nascondere o trattenere la mia gioia.
Chi mi conosce sa perché sia così importante, per me, l’idea di dare alla luce una bambina.
Non ha niente a che vedere con la prospettiva di vestirla di rosa o infiocchettarla con pizzi e merletti.
Ha a che fare con qualcosa di più profondo, di molto intimo e intrinsecamente radicato nel mio modo di essere e pensare da donna. Ha a che fare con la mia storia e mi fa piacere raccontarvela.

 

 

La mia vita è piena di donne meravigliose che colorano le mie giornate. A parte uno spiacevolissimo episodio alle scuole superiori che mi ha segnato per lungo tempo e di cui, seppure rimarginate, porto ancora le cicatrici nell’anima, non ho mai avuto problemi a relazionarmi con il sesso femminile.
Anzi, mi piace la complicità tra donne, l’istinto che abbiamo di raccontarci le cose senza filtri, l’idea di fare squadra per essere più forti insieme.
Quando ho voglia di un abbraccio o di un sorriso o di una parola di conforto, ho l’immensa fortuna di avere sempre una donna alla quale rivolgermi. Basta un messaggio Whatsapp o una telefonata e, voilà, il gioco è fatto.
Eppure, molto spesso sono travolta dalla solitudine, da un senso di vuoto che mi immobilizza, come se mi mancasse un pezzo di puzzle e non riuscissi ad avere una visione d’insieme.
Perché effettivamente un pezzo di puzzle, il puzzle della mia vita, mi manca e il pensiero che non potrò mai più recuperarlo a volte è stato schiacciante. E’ vero, tante donne condividono le mie giornate. Ma c’è solo una donna che, ogni sera, quando vado a letto, spero di sognare.

 

 

Mia madre è morta quando avevo solamente ventidue anni. Scrivo “solamente” ma, in realtà, sono consapevole del fatto che non c’è un’età “giusta” per perdere una madre. Il dolore è il medesimo, che si sia bambini o si abbia cinquant’anni.
Tuttavia, credo che qualcosa di diverso ci sia. Chi perde una madre in giovane età, non perde solamente il presente insieme a lei: perde soprattutto il futuro e tutto ciò che il futuro avrebbe potuto portare con sé, in termini di insegnamenti, esperienze e ricordi.
Quando una donna perde una madre, la mancanza è doppia.
Sente, prima di tutto, la mancanza della persona e, in questo, ogni storia è assolutamente personale, unica.
La mia storia, per esempio, racconta dei passi di mia mamma al di là della porta di camera mia, quando si muoveva leggera da una stanza all’altra della casa per non disturbare la mia concentrazione, e racconta anche della rotondità dei suoi fianchi, quando, ormai adulta, continuavo ad abbracciarla e a sprofondare il viso tra i suoi seni appesantiti da tre gravidanze.
A mancarmi è il suo profilo, così diverso dal mio che non ho nemmeno la consolazione di rivedere lei in me riflessa allo specchio, e la forma che, sotto il peso delle sue gonne a fiori, assumeva il divano di pelle, quando prima di cena guardavamo insieme le puntate di Everwood e io mi chiedevo come facessero quei due bambini a vivere senza una madre.
Ma quando una donna perde una madre, oltre che la persona, perde anche la figura e il ruolo che essa riveste. E così, a seconda dell’età a cui subisci la perdita, senti la mancanza di cose che solo una madre avrebbe potuto darti.
Ti manca la persona a cui raccontare i sussulti del tuo primo vero amore, e la persona che più di ogni altra ti avrebbe guardato con gli occhi saturi di orgoglio il giorno della tua laurea.
Ti manca la persona a cui chiedere quanto tempo deve cuocere il ragù e la persona con cui scegliere la stoffa per le tende di casa, visto che te, di ragù e di stoffe per le tende, non ne capisci proprio niente.
Ti manca la persona con cui litigare se non vuoi sposarti con l’abito bianco e la persona che sarà al tuo fianco quando tuo figlio neonato non smetterà di piangere e tu sarai in preda alla disperazione.
Ti manca l’unica persona in grado di leggerti nel profondo, di interpretare i tuoi silenzi solo con la carezza di uno sguardo, di amarti incondizionatamente nonostante i tuoi errori e di volere solo e soltanto il tuo bene al di là di ogni aspettativa e speranza.
Ecco, queste sono mancanze che solo chi perde una madre può capire e che sono totalizzanti, insanabili.
Perché possiamo essere circondati da decine di persone che ci vogliono bene, ma no, nessuno potrà mai prendere il posto di una madre.

 

 

Beh, io non avrò il privilegio di essere figlia di mia madre e, al contempo, madre di mia figlia.
Ma proprio per questo dare alla luce una bambina è così importante per me: perché in qualche modo significherà riallacciare quel legame che il destino ha voluto spezzare precocemente, riappropriarmi di quella componente femminile di me stessa che con il tempo è andata un po’ scemando, colmare quel vuoto che altrimenti non avrei potuto riempire.
Per sempre mi mancherà la donna più importante della mia vita, mia madre.
Ma sapere che io diventerò la persona più importante della vita di una piccola donna che sta per nascere, beh, in qualche modo dà un nuovo, bellissimo significato a ogni cosa. Mi piace pensare che non sia stata una casualità probabilistica, bensì che sia stato il destino a volerlo, a farmi questo regalo.
Come se il destino avesse voluto donarmi quel pezzo di puzzle che invano ho lungamente cercato e io stessi per ricomporre, finalmente, il quadro della mia vita.

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