Paola loves travelling | Di quando a Montmartre abbiamo conosciuto Camille…
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Di quando a Montmartre abbiamo conosciuto Camille…

Di quando a Montmartre abbiamo conosciuto Camille…

Camille ha 64 anni. Pur essendo nato a Parigi, non ha origini francesi: sua madre era curda di origini iraniane, suo padre armeno, trapiantato in Iraq. Una storia, quella dei suoi genitori, che non se la sente di raccontarci. Ricordi troppo tormentosi – ci dice – che preferisce non far riaffiorare alla mente. A rivelarci, però, qualcosa delle sue origini sono i suoi tratti somatici marcati, che parlano di luoghi lontani e di un passato tutt’altro che facile: la fronte spaziosa, i capelli radi, le rughe accentuate intorno agli occhi e le labbra sottili, che raramente si aprono in un sorriso. No che non sorrida, Camille; solo che lo fa a labbra serrate, come se non avesse mai imparato a gioire fino in fondo di qualcosa.

Ci scegliamo a vicenda senza bisogno di troppe parole.
A catturare la sua attenzione, forse, é il mio cappotto rosso acceso, una nota di colore un pò stonata in questo pomeriggio grigiastro di inizio primavera parigina; a catturare la mia, invece, di attenzione, é proprio il suo sorriso un pò enigmatico, dietro il quale – mi dico – chissà quali racconti devono celarsi.
“Madame”, mi apostrofa gentilmente quando gli passiamo di fronte.
Ricambio il sorriso, ma proseguiamo oltre. Ci fermiamo in un angolo un pò più avanti e, in mezzo alla folla che anima Montmartre, mi viene d’istinto di guardare nella sua direzione. Lui é sempre là, immobile, accanto al suo cavalletto, rivolto verso di noi: sta continuando a sorridere a labbra strette.
Mi convinco senza bisogno di rifletterci ulteriormente. Afferro Gabriele per una mano e due minuti dopo mi ritrovo seduta su una sedie di legno un pò traballante, mentre Camille – ho appena scoperto essere questo il suo nome – mi indica con le sue mani sporche di matita l’angolazione del viso che devo mantenere.
“Per favore, non di profilo”, gli chiedo sfiorandomi il mio naso tutt’altro che alla francese.
Lui accenna un sorriso divertito e mi fa cenno di non preoccuparmi.
Fruga per un attimo tra i suoi strumenti da lavoro, mi lancia un’occhiata fugace e poi via, é pronto per mettersi all’opera.

Parla un inglese alquanto abbozzato, Camille, e non sempre é facile capirlo. L’accento francese con cui storpia involontariamente le parole – couple diventa cuplé, pronunciato come é scritto – non agevola la nostra conversazione.
Ci ripete più volte che siamo una coppia bellissima, che i turisti italiani hanno quel non so che in più rispetto agli altri, che devo mantenere un angolo di quarantacinque gradi con il volto, e che il naso no, non sta venendo affatto male, come promesso.
Mi sento un pò al centro dell’attenzione, a stare lì a posare per un artista; la gente si ferma curiosa a guardare il ritratto in divenire: dà un’occhiata al disegno, poi volge lo sguardo su me, poi di nuovo al ritratto. Alcuni mi sorridono, altri annuiscono con il viso in segno di approvazione, altri ancora mi fanno ok con la mano. Addirittura c’é chi fotografa la scena. Mi viene da ridere, al pensiero di me sul profilo Instagram di uno sconosciuto, sopra la didascalia “Art in Montmartre”.
Camille mi redarguisce bonariamente: devo cercare di rimanere immobile ancora per qualche minuto, il ritratto é quasi terminato.

Dopo i miei quaranta minuti di protagonismo, é il turno di Gabriele.
Si invertono i ruoli. Mentre lui se ne sta in posa sulla sedia malandata, io prendo in mano la Reflex e scatto qualche foto qua e là, cercando di cogliere l’anima di questo quartiere che, seppur diventato ormai, forse, un pò troppo turistico, preserva ancora intatto il suo fascino senza tempo.
Poi la mia attenzione torna di nuovo su Camille: é arrivato finalmente il momento di sapere qualcosa in più su di lui.
E così, mentre i tratti di Gabriele prendono lentamente forma, Camille ci racconta della sua infanzia, del suo percorso da artista e dei suoi colleghi di Montmarte. Il tutto, nel suo inglese francesizzato che mi sforzo di tradurre fedelmente, mentre prendo nota dei suoi racconti densi di dettagli ed emotività.
Non appena gli chiedo quando ha cominciato a disegnare, lui risponde orgogliosamente di non averne memoria. “A sei, sette anni, forse. Molto tempo fa, in ogni caso…”
Una passione, quella per l’arte, fortemente osteggiata dal padre, un tipo autoritario e pragmatico che di professione faceva il cuoco.
“Mi costrinse a frequentare l’istituto alberghiero, voleva che seguissi le sue orme. La pittura? La considerava una perdita di tempo. Ma io non ho mai rinunciato. Frequentavo la scuola di mattina, lavoravo nel café sotto casa di pomeriggio e dipingevo di notte, quando tutti dormivano e io potevo finalmente starmene a tu per tu con la mia ispirazione.”
Terminata la scuola, Camille il cuoco l’ha fatto per davvero. “E pure in uno dei migliori ristoranti di cucina iraniana di Parigi!” ci tiene a precisare.
Ma la passione… la passione lo chiamava altrove.
E così, quando suo padre é morto, ha trovato il coraggio di compiere il passo che il cuore gli suggeriva di fare da molto tempo. “La sua morte è stata una grave perdita, per me. Ma è stata anche una conquista: la conquista della libertà”.
La voce a volte si assottiglia per la commozione. Ma la mano scivola veloce sul foglio, mentre il volto di Gabriele comincia a emergere distintamente dalla carta.

L’artista di strada, Camille, l’ha fatto un pò in giro per tutta Parigi ed é proprio all’ombra della Torre Eiffel che ha conosciuto quella che sarebbe diventata sua moglie.
“Monica faceva la guida turistica. La vidi un giorno, poi il giorno seguente, e quello dopo ancora: fino a che non potei più rimandare e la invitai fuori a cena. Dopo un mese eravamo marito e moglie. Lei capiva la mia passione: mi aveva conosciuto artista e artista voleva che rimanessi. Non mi ha mai chiesto di trovare un lavoro più stabile, più rispettabile. Era davvero una donna piena di entusiasmo e voglia di vivere…”
Camille usa il passato, nel descrivere la moglie. E sembra leggermi nel pensiero quando risponde alla domanda che mai avrei trovato il coraggio di fargli.
“Sì, é morta. Due anni fa. Da quel momento, la mia vita é diventata in bianco e in nero…”
“Le hai mai fatto un ritratto?” trovo la forza di chiedergli.
Mi risponde di no. “Non sarei riuscito a riprodurla fedelmente. Io la guardavo con gli occhi dell’amore, capisci?
Anche se, adesso, in certi momenti, vorrei tanto avere un suo ritratto. Sai, con il passare del tempo, ho paura di dimenticarmi di lei, dei suoi capelli color del grando, dei suoi zigomi alti, dell’arricciamneto del naso ogni volta che accennava un sorriso. Certo, ho le sue fotografie. Ma non é la stessa cosa…”
Mi rendo conto che non é il caso di spingersi oltre e tergiverso, allora, sul suo lavoro.
Lì, Camille, si riaccende.
Fa il ritrattista a Montmartre da qualche anno, ormai. Ma non viene lì ogni giorno: ha anche un piccolo atelier nel quartiere di Luxembourg e, ogni volta che sente l’esigenza di starsene da solo, si nasconde lì, tra i suoi cavalletti e le sue tele, lontano dal trambusto dei turisti.
A Montmartre – ci spiega – fa in media tre ritratti al giorno. “E’ divertente conoscere gente nuova, ma a volte é anche molto faticoso”. Poi si volta verso di me. “Di certo, non mi era mai successo di essere intervistato!”
Sorride, poi il tempo degli ultimi ritocchi al disegno e voilà, la sua opera d’arte é compiuta.

Quando arriva il momento di salutarci, mi viene d’istinto di accennare un abbraccio.
“Scriverò di te”, gli dico. E lui, per la prima volta, si lascia andare a un sorriso più ampio.
Poi lasciamo Montmartre, con un ritratto da appendere nel salotto di casa e una storia in più da raccontare e custodire tra i ricordi.

 

21 Comments
  • Erica
    Posted at 17:13h, 10 aprile Rispondi

    Posso dirti che mi sono commossa? Deve essere stata un’esperienza emotivamente molto forte! Chissà, la prossima volta che andrò a Parigi, conoscerò anche io Camille!

  • Claudia
    Posted at 18:24h, 10 aprile Rispondi

    Non è solo un ritratto quello che vi ha lasciato Camille ma una bella storia da ricordare.

  • Zucchero Farina in viaggio
    Posted at 18:32h, 11 aprile Rispondi

    Con le tue parole hai saputo trasmettere le emozioni provate, è stato molto bello leggere di Camille. Mi piacerebbe a breve tornare a Parigi e se questo avverrà andrò senz’altro a cercare Camille

  • Krizia Ribotta Giraudo
    Posted at 10:20h, 12 aprile Rispondi

    Queste sono le storie di viaggio che meritano di essere raccontate e letteralmente. Anch’io ne ho collezionate diverse, in questi 20 anni, ed è bello averle lì, a portata di blog.

  • Elisa
    Posted at 12:32h, 13 aprile Rispondi

    Mi hai commosso.. hai scritto con una delicatezza disarmante! A luglio andrò a Parigi figuriamoci se non lo cercherò tra gli sguardi degli artisti di Montmartre..

  • Cassandra - Viaggiando A Testa Alta
    Posted at 12:52h, 13 aprile Rispondi

    Molto commovente questa storia! Che esperienza!

  • Raffi
    Posted at 14:19h, 13 aprile Rispondi

    Quando si viaggia non si percorrono solo i chilometri a piedi, ma anche nella vita delle persone. Con questo posto ci hai permesso di fare un pezzo di strada insieme ad un artista di strada. Grazie di averlo condiviso con noi. E’ stato bello.

  • Silvia
    Posted at 14:31h, 13 aprile Rispondi

    Mi sono commossa, perché nel mio piccolo so cosa vuol dire vivere all’estero.. bellissimo il ritratto una terezza estrema Camille.. anch’io gli avrei dato un abbraccio! Emozionante!

  • Alessia
    Posted at 16:38h, 13 aprile Rispondi

    Che post denso di emozione. Il viaggio arricchisce chi sa ascoltare con il cuore altre storie…

  • Giovy Malfiori
    Posted at 06:48h, 14 aprile Rispondi

    Una delle cose che più amo quando sono in viaggio è incontrare la gente. Mi porto a casa, nel cuore, un pezzo della loro vita e do in cambio la mia.

  • Stamping the world
    Posted at 07:28h, 14 aprile Rispondi

    Queste sono le storie di viaggio che preferisco! Un misto di racconti e emozioni, quello che del viaggio non dimenticherai mai! 😊

  • Federica
    Posted at 13:58h, 14 aprile Rispondi

    Scrivi in un modo davvero coinvolgente.. complimenti!
    Sembrava di essere lì con te e vivere i momenti insieme 🙂
    Bellissima storia 🙂

  • Dani
    Posted at 06:02h, 15 aprile Rispondi

    Che bella storia… e che artista!

  • Stefania - Prossima Fermata Giappone
    Posted at 14:30h, 15 aprile Rispondi

    E’ una storia così bella quella di Camille e tanto dolcemente raccontato, L’ho letta veramente con piacere!!

  • Stefania - Prossima Fermata Giappone
    Posted at 14:31h, 15 aprile Rispondi

    E’ una storia così bella quella di Camille e così dolcemente raccontata. L’ho letta veramente con piacere!

  • Raffaella
    Posted at 19:13h, 15 aprile Rispondi

    Che racconto meraviglioso! In viaggio si incontrano sempre persone e storie incredibili, forse perchè anche noi siamo più predisposti a coglierle.

  • Giulia
    Posted at 06:16h, 16 aprile Rispondi

    Che bella storia, commovente e toccante. Trasformare la propria passione in un lavoro vero e proprio è davvero la svolta, nonostante le vicende drammatiche della vita..

  • Roberta Isceri
    Posted at 08:57h, 16 aprile Rispondi

    Oddio Paola, mi è venuto il nodo alla gola… Te lo giuro! Non è facile che mi succeda. Mi sono venuti i brividi, prima nel vedere il disegno, che piano piano è venuto fuori dopo tante parole. Poi nel conoscere la sua storia e nel vedere la sua foto, quel viso un po’ “malandato”. Inutile: Montmartre, per quanto turistica, nasconde migliaia di storie come queste. E tu sei stata bravissima a raccontarla.

  • Alessandra Cortese
    Posted at 10:25h, 04 maggio Rispondi

    Che storia commovente. Mi è piaciuta molto la parte dove hai descritto il suo amore. per la moglie… la nostalgia che prova nel ricordare alcuni suoi tratti distintivi. Sei stata brava a trasmettere così bene quello che hai provato conoscendolo.

  • Laura
    Posted at 11:16h, 04 maggio Rispondi

    Che storia emozionante! Ogni volta che guarderete il vostro ritratto, vi ricorderete di Camille, della sua storia e di Parigi.

  • sandra
    Posted at 10:22h, 05 maggio Rispondi

    Bellissima storia, davvero toccante!! Inoltre sei riuscita a farmi avvicinare un po’ di più ad una città che non mi ha mai attirato, che ho sempre considerato troppo patinata e lontana dalle mie città tipo.. un giorno magari mi deciderò ad andare a Parigi!

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