Paola loves travelling | E’ iniziato il viaggio interiore che mi cambierà la vita
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E’ iniziato il viaggio interiore che mi cambierà la vita

E’ iniziato il viaggio interiore che mi cambierà la vita

Ho indugiato molto prima di scrivere questo post. Ho aspettato, ho rimandato, ci ho pensato la sera prima di addormentarmi.
Ma il bisogno di esprimermi e la necessità di descrivere e condividere ciò che sto provando in questo momento della mia vita hanno prevalso sull’incertezza.
Ancora una volta mi metto a nudo, come ormai ho imparato a fare senza particolare vergogna: perché penso che esporsi non renda più vulnerabili ma, semmai, più forti, proprio perché ci si fa conoscere per quello che siamo, senza il bisogno mascherare, di omettere, di doversi per forza mostrare migliori di quello che si è.
E io, in questa fase così particolare, sicuramente unica, del mio percorso, mi sento così piena di emozioni e sentimenti contrastanti che parlarne, anzi scriverne, è l’unico modo che conosco per placare questa confusione, e forse anche per comprenderla.
Terminato il tanto temuto primo trimestre, ora posso dire a voce alta che sono in attesa di un figlio (uso un maschile neutrale perché è ancora troppo presto per sapere il sesso del nascituro. Qualche indizio ce l’abbiamo, ma preferisco tenerlo per me, almeno per il momento).
Insomma, più o meno a metà marzo diventerò madre e questa è una cosa talmente grossa, talmente potente, talmente destabilizzante che solo a scriverlo mi sembra ancora impossibile.
A questo punto, se vi aspettate un racconto della gravidanza in cui la donna vive uno stato di estasi e idillio perenne, beh… Potete anche smettere di leggere.
Non è certamente questa la mia intenzione: non sarebbe la verità, la mia verità, e allora che senso avrebbe stare qui a scriverne?
La mia verità parla di felicità e di paura, di impazienza e di un continuo rimescolio emotivo.
Perché, secondo me, diventare genitori non è una cosa così immediata, semplice, istintiva e naturale come vogliono far crederci. Il mondo dei social è pieno zeppo di donne che descrivono e raffigurano la gravidanza, il post – partum e la maternità come momenti meravigliosi, idillici, apparentemente senza difficoltà; donne che dopo un mese dal parto sono già in splendida forma fisica, che professano la magia e la naturalezza dell’allattamento al seno, che sembrano conoscere tutti i segreti dell’essere madre fin dal primo giorno di vita del loro bambino.
Non voglio certo stare qui a criticare o a screditare queste posizioni.
Ma, personalmente, mi riesce difficile credere che sia tutto così facile come vogliono mostrare.
Tempo fa vidi su una rivista una foto che mi colpì moltissimo.
Era la foto di una donna che aveva da poco partorito: era seduta sul wc, con il volto tra le mani, la pancia ancora flaccida e i capelli che non vedevano uno shampoo da giorni, unti, spettinati, esausti come lei.
Al suo fianco, per terra, l’ovetto dove il suo bambino stava piangendo.
Ecco: io credo che la maternità sia anche questa.
In quella foto ci ho letto tanta stanchezza, tanta solitudine, ma anche tanta verità. Quella verità che le mamme social non raccontano, perché non è accattivante, non ti fa guadagnare boom di like e condivisioni.
Essere madri è duro, è difficile, è stancante, e non c’è filtro che tenga.
Io credo fermamente che avere un figlio sia la cosa più bella del mondo e che educarlo, vederlo crescere, accompagnarlo nel mondo sia davvero la soddisfazione più grande che un donna possa avere.
Ma credo anche che questo comporti tanta fatica, tanto sacrificio, tante rinunce, a volte anche tanta solitudine.
E siccome credo di non essere la sola a pensarla in questo modo, ecco perché vorrei parlare di questi argomenti senza filtri, senza quell’aureola di perfezione che sembra circondare quelle donne, quelle madri, così diverse da me.

Mi sono chiesta tante volte: avere dei dubbi, delle paure, delle domande irrisolte, rende delle cattive madri?
E mi ci è voluto tanto tempo prima di riuscire ad arrivare a una risposta: no, non rende delle cattive madri.
Perché ci sono tanti modi di essere madre e non necessariamente uno è migliore di un altro.
Non ho timore o vergogna nel dire che mi spaventa, e anche molto, l’idea di avere un essere umano di cui essere responsabile, di cui prendermi cura senza se e senza ma; un piccolo essere umano che, almeno all’inizio, dipenderà in tutto e per tutto da me e a cui “dovrò” – e sottolineo la naturale obbligatorietà – voler bene. E se così non fosse? Se un giorno all’altro mi accorgessi che stavo meglio quando lui non c’era? Non potrò rispedirlo al mittente come un pacco difettoso di Amazon. Dovrò tenermelo, e continuare ad amarlo e accudirlo.
Forse sono solo congetture, le mie. Supposizioni dovute al fatto di non avere ancora con me “l’oggetto del desiderio”.
Forse quando stringerò mio figlio tra le braccia, quando potrò guardarlo, toccarlo, commuovermi nel vederlo sorridere, allora ripenserò a questi timori e mi renderò conto di quanto fossero infondati.
Forse..
Ma adesso è ancora troppo presto per dirlo.
Sento il cuore esplodermi di gioia, ma a volte l’ansia mi attanaglia lo stomaco e mi aggroviglia le budella.
Ma ho capito che non c’è niente di sbagliato in questo, che queste paure non fanno di me un mostro e non mi renderanno necessariamente una cattiva madre. E ho capito (con il tempo e anche con tanta sofferenza) che avere delle incertezze non mi rende meno degna di essere madre.
C’è chi nasce per fare la mamma. Ho amiche che sognano di avere un figlio fin da quando avevano quindici anni. Beate loro, mi sono spesso ritrovata a pensare.
Perché per me non è mai stato così.
Avere un figlio, nel mio caso, è stato l’esito, non scontato, di un percorso di riflessione e conoscenza di sé che mi ha fatto capire che io un figlio lo volevo per davvero, nonostante quelle paure e quelle titubanze di cui parlavo in precedenza.
Dopo che io e Gabri ci siamo sposati, tutti si aspettavano che avessimo un bambino nel giro di pochissimo tempo. Stavamo insieme da oltre quindici anni, del resto: cosa avremmo dovuto aspettare?
Più passavano i mesi, più cominciai a notare che, quando incontravo per caso un conoscente che non vedevo da un po’ di tempo, la prima cosa che faceva era lanciare uno sguardo fortuito alla mia pancia, alla ricerca di un indizio sulla mia papabile gravidanza.
Sentivo di averci scritto sulla fronte: “è il momento di fare un figlio”.
Era questo ciò che la maggior parte delle persone lasciava intendere.
E poi c’erano quelli che addirittura me lo chiedevano apertamente, magari anche con un tono di voce tale da farsi sentire dall’intero supermercato. “Quando vi decidete, tu e Gabri, a fare un figliolo?”
Credo che non ci sia domanda più insensibile di questa. Credo che sia una sorta di violenza psicologica nei confronti di una donna.
Perché ci possono essere decine di motivi per cui una coppia non ha dei figli e nessuno, sottolineo nessuno, dovrebbe arrogarsi il diritto di entrare in una sfera così privata, così intima, così delicata.
Come se avere un bambino si limitasse a prendere una decisione. Un po’ come “ho deciso di comprarmi una gonna nuova”, vado nel mio negozio preferito, me la provo e sì, ok, la compro.
La nascita di un figlio può dipendere da una decisione consapevole, ma non si limita a questo. Perché sai quando inizi a provarci, ma non sai quando finisci. È come un biglietto di solo andata. Quando parti, non conosci la data del ritorno, anzi, non sai neppure se tornerai mai.
Come se, superata la soglia dei trenta, sposata e con un mutuo acceso in banca, non avessi il diritto di nutrire altre ambizioni e altre aspettative se non quella di diventare madre.
Come se, oltre che al mio orologio biologico, dovessi rendere conto anche una sorta di orologio sociale: una specie di Grande Fratello spietato che mi additava come una donna arida, forse addirittura fallita, perché non avevo ancora procreato.
Lo so, non avrei dovuto ascoltare questi discorsi.
Ma è stato più forte di me. Certe parole ti scavano dentro e ti modellano, ti cambiano, ti trasformano.
E più gli altri insistevano, coi loro sorrisetti inquisitori e le loro domande sottointese, più io mi sentivo andare in frantumi. Fino a che sono esplosa. Anzi, implosa, perché non ho fatto male a nessun altro se non a me stessa.
La depressione è stato il mio modo – codardo, forse – di gridare al mondo che io non ero ancora pronta ad avere un figlio.
Non ero ancora pronta nonostante fosse tutto ciò che gli altri si aspettavano da me.
Non ero pronta a quelle condizioni, in quella situazione.

Oggi sono cambiate molte cose. Oggi aspetto questo figlio con tanta trepidazione. So che mi renderà migliore, so che potrò farcela: come dice una mia cara amica, “in fin dei conti ti ha scelto, quindi lo sa che mamma aspettarsi”.
Mi piace pensare che sarà così, che sarà il mio bambino ad aiutarmi ad accudirlo, a farlo crescere, a imparare a conoscerlo e ad amarlo.
Ma, nonostante questo, le incertezze e le paure rimangono.
E io me lo ripeto continuamente: non per questo sarò una cattiva madre.
Ripetetevelo anche voi, future mamme con le mie stesse paure. E credeteci.

1Comment
  • mara palmerini
    Posted at 08:41h, 18 settembre Rispondi

    mi riconosco molto nella tua esperienza e condivido ciò che dici. Essere genitori (vale anche per i nostri compagni) è un’esperienza totalizzante e senza garanzie, a tempo pieno ed illimitato. L’attenzione passa da ora e per sempre da “me” a “noi” e questo è un cambiamento di prospettiva “epocale” nelle nostre vite. Personalmente, superati gli shock iniziali, mi sono posta come osservatrice di questa nuova creatura e l’ho lasciata muoversi ed esprimersi, dandole poche regole se non quelle della realtà stessa ed ammirando le sue caratteristiche senza cercarci somiglianze od altro, con lo stupore che si ha sempre davanti al miracolo della vita. Siamo cresciute insieme, lo ammetto.
    A distanza di oltre venti anni, posso chiedermi: avrò insegnato più io a lei o lei a me?
    Di sicuro, ne vale la pena.

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