Paola loves travelling | Maternità e dintorni: vi racconto le mie paure (e che fine hanno fatto)
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Maternità e dintorni: vi racconto le mie paure (e che fine hanno fatto)

Maternità e dintorni: vi racconto le mie paure (e che fine hanno fatto)

Sono trascorsi cinque mesi dall’ultimo post che ho pubblicato sul blog e già addirittura sei settimane dalla nascita di Greta e a me, in tutto questo tempo, è mancata l’ispirazione di scrivere. Perché sì, voglio essere sincera: non è stata una questione di tempo o di problemi legati all’ultimo trimestre di gravidanza o ai primissimi giorni di maternità. E’ stata una questione di voglia, di predisposizione e, in un certo senso, anche di ricerca di privacy.

Ho sempre pensato che avrei voluto condividere tutto di questa esperienza così travolgente e stravolgente che è la nascita di un figlio e poi, quando finalmente avrei potuto farlo, non ne ho più sentito il bisogno. O meglio: ho preferito rimandare, ed essere più concentrata sulla mia nuova vita invece che sul racconto e sulla condivisione della stessa.

Perché certi avvenimenti sono talmente grandiosi che fanno passare in secondo, terzo, quarto piano ogni altra cosa fino a quel momento importante nella tua vita; sono talmente carichi di emozione che le parole te le levano di bocca, lasciandoti un po’ inebetita a chiederti se davvero stia riguardando te, una così grande felicità; sono talmente potenti da scombussolare tutti i tuoi piani, tutte le tue aspettative, tutte le tue convinzioni pregresse. Ecco: la nascita di mia figlia Greta Arizona è stata uno di questi avvenimenti . Ha cancellato molte delle cose di cui ero fermamente convinta prima del suo arrivo e, su questa specie di tabula rasa, ha fatto germogliare una nuova persona, oltre che una neomadre. Nella mia testa e nel mio cuore hanno trovato spazio pensieri e sentimenti di cui prima ero ignara; ho capito, soprattutto, che l’amore, per me, era una terra in parte ancora sconosciuta: è stata Greta a prendermi per mano e ad accompagnarmi alla scoperta di ciò che non conoscevo.

Poi, d’un tratto, mi è venuta voglia di scrivere. E’ evidente, quindi, che non abbia riflettuto molto sulla struttura di questo post; sto scrivendo piuttosto di getto, cercando di raccogliere le idee e di focalizzarmi sui pochi, ma per me importanti, contenuti che vorrei trasmettere.

Vorrei parlare, soprattutto, delle tantissime paure che avevo prima di diventare madre e di come questi timori si siano uno dopo l’altro sgretolati come castelli di carta al vento: perché sì, gran parte delle cose che sono avvenute negli ultimi mesi sono andate nella direzione diametralmente opposta rispetto a quella che mi ero prefigurata e mi riferisco tanto alla gravidanza, quanto al parto e al primo mese di maternità, il cosiddetto post partum che ho sempre fortemente temuto. Ecco, se c’è una cosa che la nascita di mia figlia mi ha insegnato è proprio questa: che la vita spesso – anzi, quasi sempre – segue percorsi diversi rispetto a quelli che tu pensavi avrebbe imboccato.

Io non sono mai stata una persona particolarmente timorosa, tanto meno ipocondriaca. Ma l’argomento maternità e dintorni mi ha sempre terrorizzato, convinta come ero di essere inadatta, impreparata, poco predisposta a un simile ruolo.

Prima ancora di essere incinta, avevo paura di non saper “portare” il pancione, di non riuscire ad accettare questo cambiamento fisico ed emotivo epocale che mi sembrava calzasse alla perfezione a tutte le altre donne, ma non a me. Avevo paura, inoltre, di finire ostaggio di mille fissazioni e di mille timori legati alla gravidanza: e l’insalata lavata male, e la carne troppo al sangue, e gli esami delle urine un po’ sballati, e il rischio di prendere l’influenza, e via dicendo, che la lista potrebbe continuare per pagine intere.

Poi, man mano che la data presunta si avvicinava, ecco che maturavano le paure legate al parto: del dolore, certo, ma non solo. Avevo l’angoscia di rimanere da sola in corsia durante il travaglio, senza Gabri a darmi forza e sostegno; avevo il terrore dell’induzione, visto che le dicerie varie sull’argomento narravano di dolori allucinanti, amplificati rispetto a quelli di un travaglio spontaneo; e, soprattutto, avevo paura della prima notte con la bambina in camera: temevo che non smettesse un momento di piangere e che tutto il reparto – non solo le ostetriche e le infermiere, ma anche le pazienti delle altre camere – mi additasse come la mamma inetta e incapace di calmare la propria figlia e di soddisfare i suoi bisogni.

Poi il rientro a casa, quando ti ritrovi a tu per tu con questa minuscola e innocente sconosciuta che dipende da te per ogni sua esigenza e che conosce unicamente il pianto come metodo di comunicazione. Potevo, forse, non avere timori al riguardo? Certo che no. Temevo, in particolar modo, il momento in cui Gabri sarebbe rientrato a lavoro e io sarei rimasta tutto il giorno, cinque giorni su sette, sola con lei. Speravo in cuor mio che quel momento non arrivasse mai. Avevo paura di non avere la forza e la pazienza di farcela – di non riuscire a sopportare i suoi pianti prolungati, di non essere in grado di fronteggiare eventuali imprevisti, di impressionarmi di fronte a inezie come il rigurgito dopo la poppata e gli improvvisi tremori durante il sonno. Pensavo con una certa ansia alla prima volta che le avrei dovuto fare il bagnetto da sola, alla prima volta che avrei dovuto affrontare un tragitto in macchina e, addirittura, alla prima volta che sarei uscita a fare una passeggiata con la carrozzina, angosciata dall’eventualità che potesse cominciare a strillare in mezzo alla gente.

E in ultimo – come direbbero gli inglesi “last but not least – la paura più paralizzante di tutte: quella della depressione post partum, su cui tante persone – professionisti e profani – avevano avuto la premura di mettermi in guardia, considerati i miei trascorsi di un paio di anni prima. Ho vissuto le prime settimane di vita di Greta svegliandomi ogni mattina con in mente la stessa domanda: sto bene o avverto qualcosa di strano? Una specie di autoanalisi mattutina, insomma, con lo scopo di riconoscere e prevenire una ricaduta senza dover arrivare al punto di doverla curare.

Ma cosa ne è stato, alla fine, di tutte queste paure?

La gravidanza è stata una fase di cui porto un ricordo meraviglioso, sebbene non sia stata una di quelle donne che vestono abiti super aderenti per mettere orgogliosamente in mostra il pancione, quasi come se fosse un trofeo di cui vantarsi. Il mio pancione è stato, sì, una conquista, ma non da ostentare di fronte agli altri; è stato una conquista per me, una vittoria sulle mie paure e sulle mie insicurezze della vigilia. Io, la mia pancia enorme,  l’ho “indossata” con gioia, entusiasmo e, soprattutto, con una tranquillità e una disinvoltura di cui mai mi sarei ritenuta capace. Non sono stata ossessionata da fissazioni e scrupoli immotivati: ho seguito le prescrizioni mediche con diligenza, certo, ma senza mai lasciarmi sopraffare da una pignoleria eccessiva. Ho mangiato verdura cruda, ho ballato latino al matrimonio di due cari amici, ho guidato la macchina fino al giorno precedente a quello del parto, mi sono sottoposta alle ecografie e ai controlli di routine senza l’ansia che qualcosa potesse andare male. Lasciandomi sospingere, invece che dalla paura, dal mio istinto e da una certa dose di fatalismo. E, a conti fatti, tutto è andato bene.

Il parto è stato… un parto! Lungo, estenuante, dolorosissimo. Dopo la rottura del sacco amniotico e la manovra un po’ invasiva dello scollamento, sono cominciate delle contrazioni allucinanti sulla fascia renale che si sono protratte dalle otto di sera fino alle sei di mattina. Eh già, i miei prodromi di travaglio si sono sviluppati proprio di notte, cosicché Gabri non è potuto rimanere al mio fianco – le ferree regole del reparto di ostetricia e ginecologia dell’Ospedale Versilia – e io mi sono ritrovata sola, spaventata e spezzata in due dai dolori nel buio e nel silenzio della mia stanza numero quattro, nemmeno tanto vicina alla stazione delle infermiere. E la mattina seguente, a fronte di una dilatazione di soli due cm nonostante una nottata di contrazioni ravvicinate e micidiali, la ginecologa di turno ha sentenziato ciò che le mie orecchie non avrebbero mai voluto sentire: induzione tramite flebo di ossitocina. Così sono stata spedita al blocco parto – finalmente con Gabri al mio fianco – e lì sono passate altre dodici ore prima di giungere alla fase espulsiva. E’ stato un travaglio molto lungo, quindi, ma in fin dei conti ben sopportabile, grazie all’efficacia miracolosa dell’epidurale e al sostegno di un’ostetrica eccezionale che porterò sempre nel cuore. E grazie alla forza che sono riuscita a tirare fuori in quei momenti e che nemmeno sapevo di possedere.

Alla nascita, Greta è stata messa nella culla termica per problemi di ipoglicemia, quindi le prime due notti non le ha trascorse in camera con me. Ma poi la terza notte è arrivata ed è stata la prima notte insieme, quella che tanto temevo. Come è andata? E’ andata male, proprio come mi aspettavo. Greta era irrequieta e io non sapevo come acquietarla, aveva fame e io non riuscivo ad attaccarla bene, si dimenava per l’aria nella pancia e ogni volta che provavo a massaggiarla sull’addome strillava ancora più forte. Una nottata che mi è parsa interminabile, insomma. Ma che, come tutte le cose di questo mondo, interminabile non è stata e, alla fine, è passata senza lasciare traccia (e adesso, quando ripenso all’inesperienza e alla goffaggine di quei momenti, mi ci scappa pure un sorriso).

Tornate a casa, Gabri è rimasto con noi i primi sei giorni, poi alcuni impegni inderogabili di lavoro lo hanno costretto a rientrare anticipatamente in ufficio. E, così, la botta della maternità mi ha investito tutta in un colpo solo. Ma io, invece di essere presa dal panico come mi ero immaginata, mi sono detta: «Bene, adesso tocca a me. Guardiamo cosa sono capace di fare.» E lì, smossa dalla consapevolezza di non avere molte alternative – affogare o fare di tutto per restare a galla – ho trovato il mio equilibrio. Alcuni giorni un po’ precario, d’accordo, ma in fin dei conti un nuovo equilibrio su cui assestarsi.

Greta piange tanto come tutti i bambini (è il loro modo di comunicare, d’altronde) e come tanti bambini soffre di coliche serali e rigurgita quasi metà del latte che ha tracannato con voracità. Ma io, ormai, ho imparato a farci i conti con tutto questo. Quando piange, cerco di capirne il motivo: la guardo, osservo i suoi movimenti convulsi e l’ambiente circostante, sforzandomi di capire se ci sia qualcosa che la infastidisce. A volte riesco a calmarla, altre volte no; a volte la prendo subito in braccio, altre volte la lascio lamentarsi qualche minuto prima di correre in suo conforto. In ogni caso, non mi lascio sopraffare dallo sgomento di non riuscire a placarla, nemmeno quando siamo in mezzo alla gente  non mi importa più se piange: ho finalmente capito che le altre mamme sono nelle mie stesse condizioni e che nessuno – spero – mi additerà come una madre degenere se mia figlia scoppia in un pianto disperato. Mamme, dobbiamo vincere il nostro imbarazzo, non il giudizio altrui.

E le tanto temute prime volte? Beh, invece di starci a rimuginare tanto, le ho prese di petto. La prima volta che sono uscita a fare una passeggiata con la carrozzina, mi sono dimenticata a casa la borsa di Mary Poppins – sapete, quella con pannolini, salviette, bavaglini, colombe e amuleti magici dentro – e così  ho dovuto chiedere, non senza vergogna, a un passante se poteva prestarmi un fazzoletto per pulire il rigurgito di Greta. La prima volta che siamo uscite in macchina, sono arrivata a destinazione sudata fradicia, tra la fatica di caricare in auto tutto l’armamentario necessario e l’ansia di vedere sul cruscotto una spia accesa e minacciosa (che ho scoperto solo dopo essere la spia dell’airbag disattivato…). E con il primo bagnetto che le ho fatto da sola nel lavandino, praticamente ho allagato il pavimento del bagno.

Ma, nonostante i pasticci e gli imprevisti delle prime volte, siamo sopravvissute. Greta è sopravvissuta, io sono sopravvissuta.

Le uniche a non essere sopravvissute sono state le mie paure preesistenti.

E allora, cosa vorrei trasmettere con questo post? Essenzialmente due cose.

Primo: che è NORMALE avere paura e dovrebbe essere altrettanto normale poterne parlare di queste paure, per quanto ridicole ci facciano sentire agli occhi degli altri. Non esistono paure stupide o sbagliate, perché le emozioni non sono mai stupide o sbagliate: sono emozioni, e come tali vanno accolte e accettate. Confessare le nostre paure ci può aiutare a sentirci meno sole, meno strane, meno diverse dal resto del mondo. E’ il potere della condivisione: aprirsi agli altri per ritrovare negli altri una parte di noi stessi.

Secondo: che le paure sono SOLTANTO pensieri, prodotti mentali, pregiudizi volti a svilire le nostre reali capacità. Perché di capacità, noi donne, ne abbiamo eccome. Siamo molto più forti e più grintose di quello che crediamo o che ci vogliono far credere: dobbiamo solo trovare il coraggio di metterci alla prova ed è proprio lì che scopriremo che possiamo fare e affrontare qualsiasi ostacolo, anche il più doloroso, il più terrificante, il più apparentemente insormontabile. Come nella morra cinese, avete presente? Il sasso vince sulle forbici e le forbici vincono sulla carta. Nella vita accade lo stesso: i fatti vincono sui pensieri, il coraggio vince sulla paura.

Avevo tante paure prima di affrontarle; poi, non appena le ho guardate in faccia, sono evaporate e non sono più tornate. Mi sento molto più forte da quando sono madre: non invincibile, ma quasi. Ho una consapevolezza nuova, nata e cresciuta di pari passo alla mia bambina: che ogni paura futura, sarò in grado di vincerla, perché le paure non vincono mai, perdono nel momento stesso in cui decidiamo di affrontarle. Evaporano, appunto.

L’ostetrica che mi ha seguito durante il parto, prima di salutarmi, mi ha stretto forte la mano e mi ha detto queste parole: «quando ci saranno dei momenti duri – perché ci saranno dei momenti duri – tu ripensa a quello che hai fatto oggi. Siamo capaci di grandi cose, noi donne.»

Eh già, dovremmo solo tenerlo a mente.

E poi, mi vengono in mente anche queste altre parole che ho letto su una rivista e che credo concludano perfettamente questa mia riflessione: guarire significa accarezzare con amore ciò che prima sfioravi con paura.

Cara Greta, sei riuscita a guarirmi.

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