Paola loves travelling | Parigi 11 anni dopo: come è cambiata la città, come siamo cambiati noi
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Parigi 11 anni dopo: come è cambiata la città, come siamo cambiati noi

Parigi 11 anni dopo: come è cambiata la città, come siamo cambiati noi

Oggi ho deciso che voglio parlarvi di Parigi ma, come sempre, lo farò a modo mio.
Certo, avrei potuto scrivere un post sui dieci luoghi assolutamente imperdibili della capitale francese… Ma, in tutta onestà: chi non conosce i dieci (e anche di più) posti più belli di questa città? Avrei rischiato di essere ripetitiva, forse noiosa, di certo non originale.
Allora ho pensato di scrivere e descrivere la città da due punti di vista diversi, pur essendo l’occhio lo stesso: il mio sguardo di oggi e il mio sguardo di undici anni fa.
Parigi, infatti, fu il primo vero viaggio mio e di Gabriele, nel lontano 2007. A monte della vacanza ci furono tre mesi di lavoro stagionale massacrante – io come cameriera in uno stabilimento balneare di Marina di Pietrasanta e Gabri come bagnino a Lido di Camaiore – e, soprattutto, ci fu un’opera di convincimento altrettanto estenuante nei confronti di mio padre che, sì, riconosceva il fatto che avessi ormai abbondantemente superato la maggiore età e che Gabriele fosse un tipo a posto, ma non riteneva che da questi due presupposti discendesse automaticamente il mio sacrosanto diritto a una vacanza all’estero.
E proprio a Parigi io e Gabriele abbiamo deciso di tornare quest’anno, per le vacanze di Pasqua. Avremmo potuto optare per un’altra città europea non ancora mai vista, ma il richiamo di Parigi è stato troppo forte, impossibile da non assecondare; e così, per la seconda volta, ci siamo regalati una mini vacanza di tre giorni in questa città stupenda, con l’idea di ravvivare i ricordi un pò sbiaditi del passato e costruirne di nuovi, da goderci negli anni a venire.

Questi undici anni sono trascorsi senza che quasi me ne accorgessi e solo adesso, che mi ritrovo a guardare le foto di oggi e di allora e a ripercorrere mentalmente le due esperienze di viaggio, mi rendo conto di quante cose siano cambiate in questo lasso temporale.
Siamo cambiati noi, è cambiata Parigi ed è cambiato il modo in cui ci siamo approcciati e abbiamo vissuto la città.

Nel 2007 eravamo due ragazzi di ventidue e ventitré anni che per la prima volta viaggiavano all’estero, insieme.
Ricordo ancora la trepidazione di salire per la prima volta su un aereo (tra l’altro, di una compagnia low cost nel frattempo fallita: ecco la prima cosa che a quel tempo c’era e che adesso non c’è più!), il disorientamento nel raggiungere l’hotel, nel quartiere dell’Opera, e la felicità pura di una settimana trascorsa a camminare, mangiare baguettes e ancora camminare.
Eravamo, allora, due giovani spensierati, forse un po’ ingenui, sicuramente più genuini di adesso.
Parlo soprattutto di me: non badavo più di quel tanto all’abbigliamento, al trucco, ai capelli perennemente scompigliati. Non mi interessava apparire in un certo modo, perché a bastarmi era l’essenza: essere, cioé, esattamente in quel luogo, in quel preciso momento, con la persona più importante della mia vita.
E assaporare ogni singolo istante, fregandosene al massimo dell’apparenza.
Basta guardare questa foto per rendersene conto: non credo che oggi andrei in giro per Parigi con una felpa (senza nulla togliere alla Carhartt, per carità).
Il viso pulito e senza accenno di trucco, i capelli raccolti sommariamente dietro la nuca, la borsa a tracolla sopra la felpa: ero davvero una ragazzina senza grandi pretese.

C’era, a quel tempo, una maggiore attenzione alla sostanza, più che alla forma. Vale per me, ma credo di poter anche generalizzare.
Voglio dire: in questo mondo dominato dai social, in cui sembra che esisti solo se pubblichi foto su Instagram e Facebook e in cui l’autostima di molte persone è in pericolosa balìa di like e commenti, apparire fighi è indubbiamente molto più importante che godersi il momento. Perché il momento passa, ma i like e le condivisioni restano.
Lo ammetto, io non sfuggo a questa logica. Certo, mi sforzo di non esserne prigioniera, ma il più delle volte non riesco a resistere alla tentazione del “devo venire bene in foto, così poi la pubblico”.
E allora mi preoccupo di avere un dettaglio rosso che catturi l’attenzione dello spettatore o di assumere una posa che nasconda i fianchi larghi e le braccia non proprio toniche di palestra. E mentre perdo tempo in queste stupidaggini maniacali, magari neanche mi accorgo della bellezza dei luoghi che mi circondano.

Già, le fotografie. Croce e delizia dei giorni nostri. Come se immortalare un ricordo fosse più importante che viverlo nel presente e fissarlo nella memoria. Come se mostrare e dimostrare agli altri fosse più importante che vivere per il gusto di farlo.
Perché è sempre lì che si torna, all’assuefazione ai social.
In passato si scattavano foto per accumulare ricordi: eravamo noi, cioé, i fruitori ultimi delle nostre fotografie.
Adesso, invece, si scattano foto per pubblicarli, i ricordi: per renderli ben visibili agli altri, magari dimenticandoci di noi stessi.
E in questo equivoco generale, abbiamo perso la spontaneità, l’originalità.
Abbiamo tutti le stesse identiche foto: stesse prospettive, stesse pose, stessi sguardi fintamente noncuranti, perché ormai non va più di moda guardare e sorridere all’obiettivo come si faceva un tempo, bensì va di moda mostrarsi di spalle o, al massimo, guardare altrove.
Fotografare, fotografare e ancora fotografare: questo è l’imperativo dei viaggiatori di oggi.
Girovagando per Parigi me ne sono accorta perfettamente. E la sensazione che ho avuto è stata quella di una città inerme di fronte all’assalto di milioni di fotografi compulsivi, incapaci di godersi la bellezza di uno scorcio senza resistere alla tentazione di premere in maniera ossessiva e instancabile il pulsante della Reflex o lo schermo del cellulare.
I turisti, in una città come Parigi, ci sono sempre stati. Ma stavolta, rispetto a undici fa, li ho trovati più invadenti, più onnipresenti, in un certo senso meno rispettosi nei confronti di una città che ha tantissimo da offrire e che non merita di essere ridotta a mera scenografia di pose plastiche tutte identiche le une alle altre.
Ho avuto la percezione che la città si fosse quasi rimpicciolita, raggomitolata su se stessa, come per una sorta di istinto di autoprotezione.
E adesso che ripenso a questa sensazione, mi tornano alle mente le parole di Michele Serra, che nel suo libro “Ognuno potrebbe” descrive il fenomeno in questi termini: “Voglio dire: a parte tutto, e al netto di quanto nevropatico io stia diventando, non avete anche voi l’impressione che davvero l’ingombro delle persone stia aumentando, e da parecchi punti di vista? Siamo veramente sicuri che non esista una corrispondenza tra ingombro psichico e ingombro fisico di una persona? Uno o una che riproduce la propria immagine dieci o venti volte al giorno, e di ciascuna di queste dieci o venti immagini fa pubblicazione così da essere, ogni giorno, diecimila o ventimila volte percepito e magari altrettante volte ritrasmesso. Beh, non sarebbe verosimile, scusate, che tutte queste persone, giorno dopo giorno, centimetro dopo centimetro, occupassero una spazio fisico maggiore?”

Più persone, meno spazio, insomma: così descriverei la Parigi di oggi.
E ciò nonostante, l’ho trovata affascinante e raffinata proprio come me la ricordavo.
L’anima di Parigi è fatta di sottotetti che sembrano quelli delle case delle bambole, dai quali si affacciano minuscole finestrelle adornate di azalee e begonie colorate; è fatta di aiuole e giardini geometrici e ben curati, di battelli che risvegliano la quiete della Senna e di rami intrecciati a disegnare figure fantastiche che si stagliano nel cielo sempre un pò plumbeo.
Parigi profuma di baguettes e di pain au chocolat appena sfornati, di macarons alla vaniglia e alla fragola, di tulipani e rose fresche agli angoli delle strade.
Parigi è silenziosa e vivace, moderna e senza tempo, aristocratica e popolare: tutto questo in una sola città.

Nel 2007 rimanemmo in città per otto giorni; ci fu, quindi, il tempo non solo di visitare le attrattive più importanti, ma anche di fermarsi, di tanto in tanto, ad assimilare con calma la bellezza dei luoghi che stavamo visitando.
Le foto di allora raccontano di partite a briscola giocate nei giardini del Luxembourg e di pacifiche penichelle post pranzo sdraiati sui prati soleggiati dei Jardins des Tuileries (tra l’altro, oggi, purtroppo – o per fortuna – non più calpestabili).
Senza l’ansia di perdere tempo, andare, vedere, fotografare.
Avevamo, forse, un approccio diverso al fattore tempo, come se a vent’anni le ore trascorressero più lente e i tempi morti – o quelli che oggi chiameremmo tali – facessero parte del pacchetto vacanza nel suo complesso. Anzi, ne costituissero proprio la parte più bella.

Anche lo stupore del mio sguardo era diverso. Allora, era tutto nuovo, tutto lungamente sognato: come se stessi vivendo un sogno.
Non appena entrati al Louvre, ricordo che mi misi a piangere, in preda all’agitazione di non sapere da quale parte cominciare. E poi Orsay… Mamma mia, che emozione visitare Orsay. Guardare con i miei occhi quei capolavori che avevo studiato al liceo e che pensavo esistessero solo nei libri di scuola.
Invece no… I giocatori di carte di Cèzanne erano proprio lì, di fronte a me, e poco più in là i quadri di Renoir e di Monet e di Gaugin. Una gioia indescrivibile, come quella provata nello stringere forte Gabriele a pochi centimetri di distanza dall’Amore e Psiche di Antonio Canova.

Questa seconda volta a Parigi, invece, ci siamo limitati a visitare il Musée de l’Orangerie: bellissime le sale ovali che ospitano le Ninfee di Monet, ma le emozioni che ho provato no, non sono state così forti come quelle di undici anni fa. Emozioni positive, certo, ma non da togliere il fiato.
Perché, in fondo, si cresce, si cambia e, inevitabilmente, a certe cose ci si abitua.
Giusto o sbagliato che sia, poco importa. A volte, è sempicemente ineluttabile.
E io credo che, dopo aver visitato le capitali di mezza Europa, sia arrivato il momento di spingerci un po’ oltre, geograficamente e culturalmente parlando.
Quindi, Parigi: è stato bello rivederti per una seconda volta.
Ma per un po’, credo che non torneremo.
Ah, dimenticavo: salutaci Camille!

5 Comments
  • Raffi
    Posted at 06:40h, 04 maggio Rispondi

    Ho letto il tuo post tutto d’un fiato ripensando ai miei viaggi a Parigi.
    Parigi è una città a cui sono molto legata: il mio primo viaggio all’estero con un fidanzato, il mio viaggio di nozze, il primo viaggio all’estero del mio bambino per festeggiare il compleanno… Ogni volta, come te, l’ho trovata diversa. Ma ogni volta l’ho trovata splendida e accogliente. Non ho mai avuto la sensazione che fosse piccola. Ho avuto invece la sensazione che fosse ogni volta più… casa. Ecco perché ho voglia di trasferirmi a Parigi. E sto solo aspettando l’occasione giusta.

  • Cassandra - Viaggiando A Testa Alta
    Posted at 14:15h, 04 maggio Rispondi

    Spero anche io di ritornare presto a Parigi! Ci sono stata molti molti anni fa con i miei genitori!

  • cristiana franzini
    Posted at 14:33h, 04 maggio Rispondi

    Quante sensazioni mi ha suscitato…alcune positive alcune negative. Sono d’ accordo però sulla descrizione di Serra delle persone ingombranti! ah, io scatto sì molte fotografie, ma perché ho la memoria corta 😂

  • Alessia
    Posted at 19:31h, 04 maggio Rispondi

    Noi siamo tornati a Malaga, la città dove ci siamo conosciuti e dove abbiamo vissuto, dopo 10 anni, in 3. Un’emozione indescrivibile. Immagino che anche per voi sia stato molto bello ed emozionante tornare nella città che in un certo qual modo vi ha fatto diventare grandi 😊

  • Giovy Malfiori
    Posted at 06:49h, 07 maggio Rispondi

    Io amo tornare in alcuni luoghi a distanza da anni. E’ bellissimo vedere la velocità con cui certi luoghi cambiano senza mai snaturarsi.

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