Paola loves travelling | Tutto su mia madre (e qualcosa sulla madre che vorrò essere io)
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Tutto su mia madre (e qualcosa sulla madre che vorrò essere io)

Tutto su mia madre (e qualcosa sulla madre che vorrò essere io)

Ognuno di noi ha un modello materno di riferimento, un modello al quale ispirarsi oppure dal quale allontanarsi. In ogni caso, il termine di paragone rischia spesso di essere ingombrante, un fardello con il quale si fanno i conti per tutta la vita. A me è successo più o meno questo.
Io sono cresciuta con un modello di madre piuttosto forte, ma non nel senso che mia mamma fosse una donna risoluta; anzi, era tutt’altro: fragile, piena di insicurezze, continuamente bisognosa di rassicurazioni e sostegno psicologico.
Ma era forte come figura, nel senso che lei, tutte le sue certezze, le riponeva in questo, nel fatto di essere madre. Essere madre costituiva l’essenza del suo essere donna, il fulcro della sua esistenza, l’unica ragione di vita. E non perdeva occasione di ricordarcelo.
Ecco quale è stato il modello materno che mi ha allevato e plasmato: una madre che si annullava per i figli, che provava una devozione incondizionata e illimitata nei nostri confronti, soprattutto verso di me, la femmina terzogenita lungamente attesa e arrivata proprio nel momento in cui le speranze stavano ormai svanendo.
Mia mamma aveva, nei miei confronti, un attaccamento viscerale, come se il cordone ombelicale non fosse stato reciso al momento del parto e fossimo legate in maniera simbiotica, indissolubile.
Con la mia nascita, decise di smettere di lavorare, perché tutto il suo tempo e tutte le sue energie voleva investirle sulla mia crescita e sulla mia educazione; decise anche di non farmi frequentare né l’asilo, né la scuola materna, perché ciò avrebbe sottratto tempo e attenzioni a lei, che divenne così il mio unico punto di riferimento.
La sentivo spesso ripetere che non le importava comprare vestiti per se stessa, o andare a farsi i capelli: l’unica cosa che le interessava era comprare vestiti e accessori per me, che ero la sua piccola principessa.
Lei e il babbo non uscivano mai da soli, a vedere un film al cinema o a mangiare una pizza: “che senso ha uscire se non c’è con noi la mia Paoletta?”, era uno dei suoi ritornelli preferiti.
Già, “la mia Paoletta”, era così che mia mamma mi chiamava quando parlava di me con gli altri: come se fossi una sua proprietà, un’appendice del suo corpo, e non una persona a se stante. Ero sua figlia, d’accordo, ma perché dovevo essere sua, in quanto persona dotata di nome proprio?
Man mano che crescevo, cominciai a interrogarmi sulla natura del nostro rapporto, fino a che tutti i dubbi, le domande e le mancate risposte sono esplose prepotentemente una volta diventata adulta: ovvero quando io stessa ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di avere un bambino.

 

 

Per lungo tempo, infatti, ho pensato con convinzione che l’unico modo di essere madre fosse quello che mia mamma aveva nei confronti miei e dei miei fratelli. Una madre onnipresente, un amore totalizzante, una dedizione assoluta.
Ed è stato lì, nel maturare queste convinzioni radicatesi fin da bambina, che il meccanismo si è inceppato.
Nella mia testa il sillogismo era piuttosto semplice.
Una buona madre deve annullarsi per la sua famiglia. Io non mi voglio annullare per la mia famiglia. Quindi: io non sarò una buona madre, pertanto è meglio che non metta al mondo figli dei quali non saprò poi prendermi cura in maniera adeguata.
Interpretavo il mondo alla luce di queste convinzioni, che ritenevo inattaccabili, profondamente giuste. Ero io quella sbagliata, sbagliata perché la pensava diversamente.
Ripenso spesso a quando, un paio di anni fa, accompagnavo mia nipote in piscina e, nell’attesa, osservavo le altre donne sedute vicino a me e ascoltavo i loro discorsi: parlavano di scuola, e dei panni non ancora stirati, e dei colloqui con le maestre, e del saggio di ginnastica, e della cena di classe di fine anno.
Queste conversazioni rubate non facevano altro che corroborare il mio sillogismo.
“Io non voglio diventare così”, pensavo sempre più insicura e sempre più sbagliata. “Io non voglio arrivare a non avere altro argomento di conversazione eccetto i figli”.
Ma ecco, di nuovo, la cantilena mentale: siccome non vuoi essere come loro, non ti meriti di diventare madre. Perché una madre, con le altre madri, parla dei figli. Non parla di lavoro, di shopping, di libri e di viaggi. Parla dell’unica cosa che dà un senso alla sua vita: il suo bambino. Proprio come faceva mia mamma.
Mi ci sono voluti anni, intercalati da un episodio di depressione maggiore e da decine di sedute di psicoterapia, per capire che il sillogismo si fondava su una premessa sbagliata, distorta.
Ricordo ancora quando la mia psicoterapeuta mi fece questa domanda: “puoi accettare, senza sentirti in colpa, di essere diversa da tua mamma? Diversa come donna, come moglie, come madre?”.
Perché è così: ho voluto un bene immenso a mia mamma, ma non sono come lei. E non posso farmi una colpa per questo.

 

 

Una donna, anche quando diventa una madre, rimane pur sempre una donna: con il suo lavoro, le sue aspettative, i suoi sogni, le sue necessità, i suoi legami affettivi. Rimane una moglie, o una compagna, e anche questo ruolo deve essere quotidianamente coltivato.
Una donna ha molteplici sfaccettature e nessuna di queste deve essere messa da parte in nome dei figli. Certo, ci sono sacrifici da fare e di cui si deve essere consapevoli nel momento in cui si decide di mettere al mondo una nuova vita, ma nessuno di questi sacrifici deve portare all’annullamento della persona che esisteva prima e che continua a esistere.
Certo, alcuni di voi mi potranno dire: “dici così perché non ti ci sei ancora trovata, perché non sai ancora cosa vuol dire essere madre”.
Può darsi, mi riservo il beneficio di ricredermi.
Ma sinceramente non penso che questo mio modo di essere cambierà una volta diventata mamma. Anzi, mi impegnerò perché questo non accada: perché ci credo fermamente in ciò che scrivo e mi impegnerò per rimanere coerente, allineata e fedele a me stessa.
Io non vedo l’ora di guardare negli occhi mio figlio (sempre maschile neutrale): non vedo l’ora di insegnargli a colorare dentro i bordi, di vederlo muovere i suoi primi passi, di leggergli le favole prima di dormire, di portarlo in fattoria a conoscere gli animai, di vederlo diventare una persona.
Ma, allo stesso modo, non vedo l’ora di tornare a lavorare, di scrivere il mio blog, di pensare a un nuovo libro, di organizzare cene con gli amici e i loro figli, di prendere aerei e conoscere il mondo, di crescere ancora a fianco di mio marito, così come siamo cresciuti insieme sin da ragazzini.
Io sono ancora piena di sogni, di desideri, di progetti, di obiettivi oltre mio figlio.
Perché un figlio deve essere un valore aggiunto, non una privazione. Un arricchimento, non un’abnegazione.
Altrimenti, a mio avviso, si commette un duplice errore.
Prima di tutto, un errore verso noi stessi: perché se tutte le nostre speranze e aspettative si investono sui figli, cosa succede quando i figli diventano grandi e si allontanano per seguire la propria strada?
Il rischio è di andare incontro alla cosiddetta “sindrome del nido vuoto”, ovvero quel particolare stato psicologico di tristezza e dolore in cui si ritrovano molti genitori quando i figli lasciano la loro abitazione.
I genitori, essendosi totalmente proiettati sui figli, si sentono spaesati, privi di alcuna motivazione, di alcuna spinta per andare avanti. Abituati a vedere nei figli un prolungamento di se stessi, si sentono privi di appigli, e si lasciano andare ad angoscia e depressione.
Ma oltre a questo rischio, si commette un errore anche nei confronti dei figli stessi, perché non si insegna loro a essere autonomi, indipendenti, persone a se stanti.
Una madre mette al mondo un figlio, ma poi deve lasciarlo crescere secondo le sue inclinazioni naturali, non secondo le aspettative che lei nutre per lui. I figli sono altro da noi e questo, noi madri, dobbiamo sia impararlo sia insegnarlo. Non dico sia facile, ma è necessario, perché solo così i nostri figli si formeranno come persone, e non come nostre proiezioni.

 

 

Voglio concludere questo post sottolineando che non c’è niente di sbagliato in quelle donne che la pensano in maniera diversa dalla mia. Non c’è niente di sbagliato in quelle madri che si annullano per i propri figli e li considerano l’unica ragione di vita. In mia madre, non c’era niente di sbagliato.
Ma non c’è niente di sbagliato nemmeno in me, né in tutte quelle donne (e so che siamo in molte) che la pensano come la penso io. Anche noi abbiamo il diritto di essere madri.
Come ho già avuto modo di scrivere in un post precedente, ci sono tanti modi di essere madre e nessuno di questi è più giusto o più  sbagliato di un altro. L’importante è rimanere sempre coerenti e fedeli a se stesse, perché questa è la chiave della felicità e dell’appagamento personale.
E una madre in pace con se stessa è il presupposto imprescindibile di un bambino felice.

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