Paola loves travelling | Viaggio interiore n.1 – Words come easy, when they are true
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Viaggio interiore n.1 – Words come easy, when they are true

Viaggio interiore n.1 – Words come easy, when they are true

In questa foto avevo vent’anni. Il primo vero viaggio insieme a Gabri, la prima volta che salivo su un aereo, la prima volta che dormivo fuori casa per più di un giorno. Parigi, a oggi la città forse più affascinante che abbia mai visto. Qui eravamo seduti sull’erba dei Jardins des Tuilieres, dopo aver visitato il Louvre: il mio sorriso la dice lunga sulla felicità che mi sentivo in petto in quel momento.
Ho scelto questa foto perchè a volte (e oggi è uno di quei giorni) ho la sensazione che quella ragazza non esista più.
Certo, sono passati dodici anni: non sono più una ragazza, sono diventata una donna; e di cose ne sono successe tante: traguardi raggiunti, sogni infranti, persone che se ne sono andate lasciando un vuoto incolmabile nella mia vita. In un certo senso, è normale che quella ragazza non esista più, mi dico.


Ma qualcosa di lei, ecco, vorrei che fosse rimasto. E’ qualcosa che a volte mi sembra perso per sempre, mentre invece, altre volte, mi sembra solo nascosto, come se avesse bisogno di essere rispolverato e riportato alla luce.
Ciò che più mi manca, di quella ragazza nella foto, è la leggerezza con cui viveva la vita. La serenità con cui si alzava dal letto la mattina e con cui tornava a dormire la sera. La spensieratezza con cui alimentava le sue grandi aspettative per il futuro.
E questo non significa che, a quel tempo, di problemi non ce ne fossero. Anzi, ce ne erano tantissimi. Ma quella ragazza lì, beh, i problemi li affrontava senza paura, perchè sapeva di essere più forte di qualsiasi tempesta che si sarebbe potuta abbattere su di lei. Lei stessa, si sentiva tempesta: niente l’avrebbe scalfita, niente l’avrebbe fatta indietreggiare.

E allora, poi, cosa è successo?
Tante cose, sono successe. Ma il vero problema è che, per tutti questi anni, io ho fatto finta che niente fosse accaduto. Ho tirato dritta, ho ingoiato in silenzio, mi sono autoconvinta di stare bene.
Certo, mi accorgevo di non essere più la persona di prima: non c’era più la spensieratezza di un tempo, nè la serenità dei miei vent’anni.
“Ma è normale così”, mi dicevo. Si cresce, si cambia, si cade, a volte ci si rialza, altre volte ci si rassegna e il dolore diventa una parte di noi con cui si impara a convivere.
Beh, evidentemente, io non ho imparato molto bene.
Perchè dopo dodici anni, tutto il malessere che mi si era annidato dentro è venuto fuori prepotentemente e non mi ha lasciato scampo. Non ho potuto più fingere che tutto andasse bene: stavo male, male fisicamente oltre che psicologicamente, un male che solo chi l’ha vissuto sulla propria pelle può capire.
Mi sono ritrovata senza più certezze, con i mostri del passato da combattere e senza più aspettative per il futuro.
Mi è mancata la terra sotto i piedi. Ero circondata da persone che mi amavano e che volevano aiutarmi a stare meglio, ma io mi sentivo sola; ciò che provavo, forse invano, a far capire loro era che non potevano essermi d’aiuto: quella che stavo vivendo era una battaglia con me stessa e solo io potevo decidere se uscirne sconfitta o meno.
Mi sono trovata con le spalle al muro: non potevo più nascondermi come avevo fatto in tutti quegli anni.
E così ho buttato finalmente fuori tutti quei dolori che mi ero voluta convincere di aver superato.
La malattia di mia mamma, la sua morte, il senso di colpa per non essere mai stata come lei avrebbe voluto; l’abbandono delle mie amiche più care, proprio nel momento in cui avrei avuto più bisogno di loro; il rimpianto per le esperienze non fatte, la rassegnazione per una vita che non mi piaceva ma a cui mi ero mio malgrado abituata, come se avessi una colpa da espiare e quella fosse la mia punizione.
Ho rimesso in discussione tutto, i capisaldi stessi della mia esistenza: la mia storia con Gabriele, le mie scelte di vita, le mie attività quotidiane.
E’ stato doloroso, lo ammetto. In tanti momenti, ho pensato di arrendermi.
Ma non l’ho fatto. Perchè ho capito che il dolore non è una condizione ineludibile: è una scelta.
Il dolore esiste, è un dato di fatto. Ma lo si può affrontare, lo si può placare, lo si può lasciar evaporare. E tonare, così, a stare bene.
Non siamo su questa Terra per soffrire, nè per vivere una vita che non ci soddisfa. Siamo su questa Terra per vivere una vita piena, intensa, che abbia un significato.
A volte penso che sarebbe bello poter tornare indietro e chiedere ai bambini che eravamo se si riconoscono negli adulti che siamo diventati.
Per certo, io so che quella ragazza lì, nella foto, non si sarebbe riconosciuta nella donna che ero diventata.
Ho dovuto toccare il fondo per capirlo e cominciare la risalita. Perchè, come ho scritto prima, forse qualcosa di quella ragazza è ancora recuperabile.
Ci vorrà del tempo, forse tutta la vita: perchè il viaggio dentro se stessi è l’unico viaggio che non ha una meta definita. E’ il viaggio stesso il senso, e la meta.

PS: Vi starete chiedendo cosa c’entra questa digressione con un blog di viaggi.
In realtà, non lo so nemmeno io, ma sento che è giusto così.
Se voglio raccontare delle mie esperienze, è giusto che racconti prima di tutto chi sono.
Quindi, ho deciso di scrivere di me stessa senza filtri; i filtri, semmai, li metterò a qualche foto, giusto così, per sembrare un pò più abbronzata o con meno rughe in viso.
Ma le parole, quelle le scriverò senza filtri.

“Words come easy, when they are true…”

Se vi interessa, questa sono io.

1Comment
  • Roberta
    Posted at 22:11h, 27 ottobre Rispondi

    Del resto un viaggio ce lo possono raccontare in molti. Di te, invece, ci puoi parlare solo tu. Spero di “leggerti” ancora.

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